27/05/2026
Lotus 64 a Indy, 1969
Dopo aver partecipato all’edizione 1968 della 500 Miglia con la rivoluzionaria Lotus 56, una monoposto a quattro ruote motrici spinta da un motore a turbina Pratt & Whitney e affidata a Graham Hill e Joe Leonard, la Casa tornò a Indy l’anno seguente con una vettura più convenzionale, ma sempre a trazione integrale: la Lotus 64. La scelta fu obbligata dalle restrizioni regolamentari imposte all’aspirazione dei motori a turbina, che li resero non più competitivi.
Della 56, la nuova 64 conservava la forma a cuneo, arricchita però da grandi superfici aerodinamiche alle estremità. Il telaio era una monoscocca in pannelli d’alluminio, con sospensioni indipendenti a triangoli sovrapposti, elementi elastici montati on-board e dischi freno Girling, anch’essi montati internamente. Il motore centrale era un V8 Ford 2.6 litri, bialbero e con quattro valvole per cilindro, abbinato a una trasmissione AWD nata dalla collaborazione tra Lotus, Hewland, ZF e Ferguson. La potenza stimata era di oltre 650 CV a 10.000 giri.
Nell’inverno 1968-69 furono allestite tre Lotus 64: due per Graham Hill e Jochen Rindt, piloti ufficiali Team Lotus in Formula 1, e una per l’italo-americano Mario Andretti, schierato con i colori STP di Andy Granatelli. Andretti, che aveva iniziato la stagione con la Brawner-Hawk III sempre in livrea STP, fu l’unico a provare davvero la nuova 64 nei test pre-gara di Indy. Dopo quei test, Chapman tornò in Inghilterra per cercare di risolvere i numerosi problemi emersi.
I dubbi principali riguardavano l’affidabilità di alcuni componenti scelti da Chapman, gli stessi usati sulle Formula 1, dove però le potenze erano inferiori e le sollecitazioni molto diverse rispetto a una 500 Miglia corsa quasi sempre a tutto gas. In particolare preoccupavano mozzi e cerchi posteriori, giudicati troppo leggeri. Chapman sosteneva che andassero bene, convinto che, essendo parte della coppia motrice trasferita alle ruote anteriori, fossero meno stressati che in F1. Durante le qualifiche Andretti si dimostrò subito il più veloce dei piloti Lotus, anche se i suoi meccanici avevano ancora forti dubbi sulla durata dei cerchi posteriori in magnesio, tanto che pare li smontassero ogni sera per farli controllare alla ricerca di eventuali crepe. Hill e Rindt, inoltre, erano in difficoltà, alle prese con un motore turbo cui non erano abituati e che all’epoca soffriva molto di turbo-lag.
Alla fine accadde proprio ciò che molti temevano: un cerchio cedette in piena velocità, provocando l’uscita di pista di Andretti. Mario se la cavò quasi miracolosamente con soltanto qualche leggera ustione, ma non poté più usare la vettura nelle qualifiche ufficiali. Resosi conto dell’errore, Chapman non ebbe più il tempo di intervenire sulle altre due Lotus 64 e decise quindi di ritirare l’intero team dalla gara. Da quel momento Lotus non sarebbe più tornata a Indianapolis.
Andretti ripiegò così sulla più affidabile Brawner-Hawk, con la quale si qualificò secondo in griglia e conquistò poi la sua prima e unica vittoria alla 500 Miglia di Indianapolis. Una vicenda breve, intensa e amarissima per Lotus, ma anche una delle più emblematiche del modo in cui Chapman affrontava le corse: con idee radicali, coraggio assoluto e, a volte, rischi pagati a caro prezzo.
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