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16/02/2025
16/02/2025

Bisogna che si spenda più di qualche parola per l’unico vero cantautore old style di questo festival: Brunori Sas, al secolo Dario Brunori.

Uno che scrive, compone, suona, produce musica di livello assoluto da oltre vent’anni, ma di cui colpevolmente questo Paese si è accorto solo quando è salito sul palco dell’Ariston.

Lo ha fatto con una canzone-mondo, quasi una saga dal sapore marqueziano attorno a quell’albero delle noci che osserva le vite evolvere, cambiare, i figli diventare padri. E dentro c’è anche uno dei versi forse più belli mai scritti sul senso dell’essere genitori.

“E ora ti vedo camminare con la manina in quella di tua madre, e tutta questa felicità forse la posso sostenere, perché hai cambiato l’architettura e le proporzioni del mio cuore".

Solo chitarra, voce e un look da hotel di riviera ligure anni ‘60, Brunori ha la grazia di far cadere apparentemente senza rumore massi pesantissimi come l’amore, la paura, il rimpianto per “la vita di prima e il tempo che non torna”, la terra e le radici calabresi inscindibili dalla sua epica, e quella felicità a tratti incontenibile e, insieme, l’ansia di poterla perdere in un attimo.

Ma, per favore, non chiamatelo De Gregori. Dario, per chi lo conosce da anni, è solo Brunori, inconfondibile. Questo ti aspetti che faccia: brunoreggi. Solo che lui lo fa così maledettamente bene da sorprenderti ogni volta.

Comunque vada, lui il suo personale Sanremo l’ha già vinto.

04/02/2024

Immaginate di viaggiare a tutta velocità in mezzo al deserto del Sahara, di chiamarvi Ari Vatanen oppure Bruno Berglund e di essere a bordo nientepopodimeno che di una Peugeot 405 Turbo 16 Grand Raid, parente stretta della 205 Turbo 16 Gruppo B vincitrice nelle sue varie evoluzioni del Campionato del Mondo Rally 1985 e 1986.
Siete al comando della gara, ed al tempo stesso avete dalla vostra parte i favori del pronostico per la vittoria di tappa.

Ad un certo punto però, guardando lo specchietto retrovisore comincia a farsi sempre più grossa la sagoma di un veicolo squadrato, dalla mole possente. Che sia un fuoristrada di qualche rivale? Chi può essere? La vostra auto è indiscutibilmente la più veloce del lotto, non c’è storia, c’è qualcosa che non torna.

Ancora qualche secondo e lo specchietto retrovisore si svuota, improvvisamente. Quella sagoma sembra sparita, ma in realtà non lo è affatto, si è solo spostata. Il tempo di girare lo sguardo e ve la trovate lì alla vostra sinistra. Altro che fuoristrada, quello è un camion, un camion che vi sta sorpassando ad oltre 200 km/h, sulla sabbia, come se niente fosse.

Ecco, per capire chi fosse Jan De Rooy basta semplicemente ricordare questo episodio: una scena che se non fosse stata registrata in diretta dalle telecamere sembrerebbe frutto di una fervida mente fantasiosa.

In quegli anni, quando la Dakar era all’apice del suo splendore, quello che ad un primo sguardo si poteva tranquillamente confondere con un qualsiasi camionista olandese, dal fisico robusto, l’abbigliamento non troppo curato e la sigaretta accesa sempre tra le labbra, era in realtà uno tra i più attesi protagonisti della corsa: un vero Appassionato, un matto, nel senso buono della parola, che con i suoi camion non si accontentava certo di lottare per il primato di classe, puntando anno dopo anno ad alzare sempre più in alto l’asticella.

In quella memorabile Parigi-Dakar del 1988, Jan e il suo equipaggio stavano letteralmente volando, portando avanti tappa dopo tappa la seria ambizione di lottare per il podio della classifica assoluta delle auto, con un bestione da più di 10 tonnellate.

Il sogno, così f***e e affascinante al tempo stesso, sfumò tuttavia sul più bello e nel modo più brutto, durante l’ottava tappa, quando il DAF 95 Turbo Twin X2 di Theo van de Rijt, Kees von Loevezijn e Chris Ross, compagni di squadra di Jan De Rooy, Yvo Geusens e Hugo Duisters, che con il loro DAF 95 Turbo Twin X1 si trovavano al terzo posto della classifica generale, cadde vittima di un rovinoso incidente.

Per il povero Kees von Loevezijn, sbalzato con il suo sedile fuori dalla cabina, non ci fu nulla da fare, mentre Theo van de Rijt e Chris Ross, seppur feriti gravemente, riuscirono fortunatamente a salvarsi.

Al cospetto di una simile tragedia, scosso dall’accaduto e con il cuore spezzato per la perdita di un amico, Jan non poté fare altro che prendere una decisione, sofferta ma necessaria: quella di abbandonare la corsa, scrivendo al tempo stesso la parola fine su una delle più memorabili avventure nella variegata storia della Dakar.

Da quel giorno tante cose sono infatti cambiate. Di scene come quella del duello ad oltre 200 km/h tra il mitico DAF Turbo Twin X1 guidato da De Rooy e la Peugeot 405 Turbo 16 di Vatanen, non se ne sono più viste e mai si vedrà qualcosa di simile in futuro.

Ricordi nostalgici a parte, ancora più triste è il pensiero che uno dei più grandi personaggi nella storia della vera Dakar, quella che dal centro di Parigi si spingeva fino al cuore del Senegal, se ne sia andato così, sconfitto dalla malattia, senza troppo clamore.
La notizia della scomparsa di Jan De Rooy ci ha letteralmente colto di sorpresa, anche perché i personaggi come lui ce li immaginiamo immortali, un po’ come certe imprese, destinate a rimanere per sempre nella memoria di noi Appassionati.

Fermarci qualche istante per dedicare un piccolo saluto a Jan, il camionista olandese più matto di tutti i tempi, ci sembra pertanto più che doveroso, perché con lui se ne va un Appassionato vero, un pilota che non aveva paura di nulla, nemmeno di viaggiare a quasi 250 km/h, in pieno deserto, con un mostro di più di 10 tonnellate, un uomo che credeva nei suoi sogni, anche i più folli.

Buon viaggio caro Jan e grazie di tutto, soprattutto per aver sognato in grande, nel vero senso della parola.

- gli Amministratori di Sports Car Legends

11/01/2024

Mi spiace essermi persa l’anniversario della morte di Toro Seduto, possiamo un attimo tornare al 15 Dicembre 2023?!
Che poi, in realtà, il suo vero nome era Bisonte seduto e lo so perché so parecchie cose di lui: a casa, da bambini, avevamo un suo mega poster, era la nostra rockstar.
Gli altri bambini amavano Madonna, Bon Jovi e i Kraftwerk: noi Bisonte Seduto.
Venne ucciso nel 1890 ed era il più famoso e carismatico capo Sioux, un fiero nativo americano ma dall’opinione pubblica, dai coloni, da quelli che poi avrebbero cucinato i tacchini e inventato i braccialettini del c***o di Tiffany, Bisonte Seduto era considerato un selvaggio, un incivile, un terrorista, un nemico dell’umanità.

Fra le tante testimonianze che ha lasciato, a me piace questa qui:

“La brama di possedere terre e oggetti è grande in loro. Questa gente ha molte regole che i ricchi posso infrangere, ma i poveri no. Hanno una religione che viene seguita dai poveri, ma non dai ricchi. Prendono persino soldi dai poveri per supportare i ricchi e coloro che governano! Pensano che la nostra madre terra sia solo loro, e provano a scacciare i loro vicini... se l’America fosse stata grande il doppio, per loro non sarebbe stato comunque abbastanza.”

Possiamo dire che Bisonte Seduto ci aveva visto lungo?
Certo che sì, p***a m***a.

27/08/2023

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Ogni mese abbiamo spese legate alla chirurgia, ai farmaci, al cibo, alla manutenzione della struttura, luce, gas, che sono triplicati, rimborsi benzina per le staffette, etc etc...
Aiutiamo anche altre realtà e investiamo soldi in avvocati per tutelare i diritti degli animali.

In questa pagina abbiamo oltre duecentomila persone che ci seguono.
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Per favore sostenete il nostro lavoro.

Come vedete noi ci siamo, combattiamo tante battaglie, come quella di Torino.
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Ringrazio di cuore tutti voi che ci aiutate sempre ❤️

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03/07/2023

I MOLTI SEGRETI D''U BUMMULU

In Sicilia dove l'acqua è sempre stata un bene prezioso e dove lavorare nelle campagne richiedeva un elevato consumo della stessa a causa delle alte temperature estive , berne un bicchiere freschissimo non era cosa difficile, questo per merito d''u bummulu.
La storia d''u bummulu, è una storia che attraversa l’intera tradizione siciliana.
Anzi, la tipica anfora a due manici, , risale alla civiltà sicula , probabilmente importata dell'antico Egitto 4500 anni fa..
L’etimologia del nome bummulo , è greca.
Bombylios o bombyle, questi erano nomi onomatopeici, che di fatto riproducevano esattamente il suono del liquido, spesso vino, versato al suo interno.
E’ fatto da un impasto di terracotta e sale, ed ha la capacità di raffreddare la temperatura del liquido che si versa: acqua, vino o olio.
La sua grandezza è pari a 55 cm, mentre la capienza della pancia del bummulu varia dai 16 ai 20 litri.
Poi c’è una versione, diciamo così, tascabile che può contenere circa 8 litri.
Come quasi tutti gli elementi della tradizione, esso veniva utilizzato negli ambienti più umili.
I contadini o i pastori, oppure coloro che abitavano lontano da fonti d’acqua.
Infatti, col bummulu l’acqua si prendeva alla fonte e si riportava al focolare, a temperatura uguale o minore di quella a cui si trovava al momento del prelievo.
La fisica che sta dietro alla capacità di raffreddare d''u bummulu è abbastanza sofisticata e richiede innanzi tutto che la terracotta di cui è costituito il contenitore sia di materiale poroso che premette l'evaporazione dell'acqua , per questo la terracotta doveva essere ben preparata con un'infornata della creta e sale intorno ai 1000 gradi , se fossero stati di meno avremmo 'u bummulo fausu , crudo non poroso inutile , da qui il detto “Facci di bùmmulu crudu “ , cioè traditore che illudi e poi non mantieni le promesse.
Se invece la temperatura fosse stata troppo elevata 'u bummulu avrebbe perduto le sue caratteristiche fisiche di robustezza , finendo per spaccarsi facilmente .
Il bummulu costituito a regola d'arte permette l'evaporazione dell'acqua , durante questo fenomeno avendo ridotti gli scambi temici con l'esterno , l'acqua che evapora ruba l'energia al liquido contenuto dentro 'u bummulu abbassandone la temperatura , questo passaggio si chiama in chimica reazione endotermica , componente importante per il raggiungimento dell'effetto dovuto era pure la giusta miscelazione nell'impasto di sale che ne migliorava le caratteristiche igroscopiche.
In casi di bummuli costruiti da grandi artisti di questa arte con una temperatura esterna di 40 gradi si riescono ad avere 5 gradi dentro 'u bummulu , ma questi sono casi estremi diciamo che mediamente abbiamo 18-20 gradi dentro 'u bummulu con 40 gradi di temperatura esterna .
L'importante è sempre mettere 'u bummulu in una zona ben ventilata e secca per favorire la reazione esotermica.
Tra i migliori bummuli per portare acqua vi erano quelli prodotti a Lentini e Alcamo , mentre i più ricercati per il vino (cambiano la temperatura di cottura e la quantità di sale nell'impasto) , venivano prodotti a Caltanissetta, Gela e Licata.
Inutile quindi dire che i bummuli decorati a causa della vernice perdono le loro caratteristiche termiche per diventare oggetti estetici o strumenti musicali , soffiandoci come su un flauto infatti ne esce un suono cupo .
Si narra, che i pastori delle montagne dell'Etna incantassero le ninfe suonando questo strumento, una volta finito di bere il vino all’interno.
Appare chiaro però che dopo essersi scolati almeno 8 litri di vino avrebbero giurato di poter incantare anche le pietre di fiume.
Non basta ancora perchè 'u bummulu è stato talmente importante in questi millenni che ha acquisito anche significati che prescindono dall'oggetto .
Per esempio 'u bummulàru, infatti, è anche il balbuziente o chi ha in generale difficoltà di linguaggio , cioè una persona che quando parla fa i bùmmuli, qui da intendersi come farfugliamenti.
Quest'etimologia prescinde dall'oggetto derivando da bombus sinonimo latino del calabrone che col suo ronzio forte provocava fastidio alle orecchie.
Ancora dare del bùmmulu a qualcuno, significa per similitudine estetica con l'oggetto apostrofarlo come una persona grassa e tozza, o addirittura poco intelligente.
Se non bastasse 'i bùmmuli sono anche i bernoccoli di chi ha sbattuto la testa e si sente un po’ stordito.
Per ultimo ma non ultimo , non possiamo fare a meno di citare una delle ricette più gustose dell'universo mondo, 'u purpu c''u bummulu.
U bummulu in questo caso serve proprio per cucinare al suo interno il polpo , con una serie di condimenti il polpo viene messo dentro un bummulu e infornato per 1h e 30m , se avrete la ventura di mangiarlo state attenti, perchè poi anche gli dei avranno invidia di voi. Evviva 'u bummulu!

Fonti : sicilianpost. It :-Il “bùmmulu” siciliano e la varietà di significati che non ti aspetteresti di Eva Luna Mascolino ; catania.italiani. It - Bummulu, un oggetto antico come la storia della nostra Terra di Manuela de Quarto ; wikipedia. Com ; Angelo Mottese esperto negli usi e tradizioni della valle dell'Alcantara ; Ludum Science Center Catania - Museo delle Scienze.

a cura della pagina Facebook U LUPPINARU

15/06/2023

Status quo
(mm)

Indirizzo

Bolzano
39100

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