Track & Spritz

Track & Spritz T&P nasce nel 2013 come compagnia di ragazzi appassionati di trackday.

Negli anni abbiamo ampliato le nostre passioni ricadendo nell’alcolismo e scoprendo la verità più importante di tutte: "la f1ga non esiste".

FERRARI LUCE: L’ELETTRICA CHE NON DEVI COMPRARE. FORSE.Secondo un report Bloomberg, alcuni clienti Ferrari sarebbero sta...
22/06/2026

FERRARI LUCE: L’ELETTRICA CHE NON DEVI COMPRARE. FORSE.

Secondo un report Bloomberg, alcuni clienti Ferrari sarebbero stati “invitati” a comprare la nuova Luce, la prima elettrica di Maranello, per restare nelle grazie del Cavallino e avere più possibilità di accesso ai futuri modelli speciali.

Ferrari ha smentito. Secco. Enrico Galliera ha definito la ricostruzione falsa, spiegando che forzare qualcuno a comprare un’auto da oltre mezzo milione di euro solo per accumulare punti fedeltà sarebbe un errore enorme. Anche perché poi il cliente, giustamente, la rivenderebbe appena possibile. E lì il valore residuo farebbe la fine di un avantreno Ferrari dopo un marciapiede preso con troppa fiducia.

Fin qui, tutto bene.

Il punto però è un altro: questa voce è sembrata credibile a molti perché il mondo Ferrari funziona anche così. Non basta avere soldi. Devi essere cliente storico, partecipare, comprare, conservare, sorridere, annuire, possibilmente non chiedere “posso averla manuale?”.

Quindi no: al momento non c’è prova che Ferrari obblighi qualcuno a comprare la Luce per accedere alle serie speciali.

Però il fatto che il dubbio sia sembrato plausibile racconta già tutto.

La Luce non è solo una Ferrari elettrica. È un test psicologico da 550.000 euro: capire chi la vuole davvero e chi è disposto a parcheggiare una batteria in garage pur di sperare, un giorno, in qualcosa con pistoni, odore di benzina e senso della vita.

La smentita è ufficiale.

Il disagio, invece, resta perfettamente omologato.

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Chiudiamo questo giro tra livree proibite, si*****te, alcolici e macchine che hanno reso il motorsport molto più interes...
19/06/2026

Chiudiamo questo giro tra livree proibite, si*****te, alcolici e macchine che hanno reso il motorsport molto più interessante di un comunicato stampa moderno, con una delle immagini più belle per chiunque sia cresciuto amando le berline arrabbiate.

Alfa Romeo 155 V6 TI Martini.

In teoria era una berlina. In pratica era un coltello italiano mandato in Germania a fare diplomazia con un V6 a oltre 11.000 giri.

Nel 1993, la 155 V6 TI vinse il DTM con Nicola Larini, andando a ba***re i tedeschi a casa loro. Che, detta così, è già abbastanza soddisfacente. Ma farlo con un’Alfa bianca, larga, nervosa e piena di livrea Martini rende il tutto quasi cinematografico.

La macchina aveva trazione integrale, aerodinamica esasperata e un V6 aspirato che non suonava: urlava in corsivo.

La Martini le dava quell’aria da aperitivo violento. Elegante da lontano, cattiva appena ti avvicinavi. Come una giacca bianca indossata durante una rissa in autodromo.

Nel nostro progetto sui vizi del motorsport, la 155 Martini è l’alcol servito in coppa.

Non quella da champagne.

Quella del vincitore.

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Nel nostro viaggio tra si*****te, alcolici e auto da corsa che oggi verrebbero cancellate da una presentazione corporate...
18/06/2026

Nel nostro viaggio tra si*****te, alcolici e auto da corsa che oggi verrebbero cancellate da una presentazione corporate prima ancora del caffè, arriva una delle più cattive di tutte.

Lancia Stratos Marlboro.

La Stratos era già assurda da sola. Corta, larga, bassissima, con il parabrezza avvolgente e proporzioni da concept car scappata di notte da un salone dell’auto. Poi qualcuno decise di metterci dentro un V6 Ferrari Dino e mandarla nei rally.

Una scelta perfettamente italiana: prendere una cosa bellissima, renderla ingestibile e poi usarla per vincere.

La Stratos vinse tre mondiali rally costruttori consecutivi dal 1974 al 1976, diventando uno dei simboli più puri dell’epoca in cui il rally non sembrava uno sport, ma una forma organizzata di incoscienza.

La livrea Marlboro le stava addosso in modo naturale. Bianca, rossa, spigolosa. Sembrava un pacchetto di si*****te disegnato da Bertone dopo una notte insonne.

In questa serie sui vizi da corsa, la Stratos Marlboro è forse la più teatrale.

Non correva.

Entrava in scena.

E ogni curva sembrava un modo diverso per dire: sì, probabilmente è una pessima idea.

Ma guarda che meraviglia.

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Proseguiamo il nostro viaggio tra le livree proibite con una macchina che, più che correre in Formula 1, sembrava essere...
17/06/2026

Proseguiamo il nostro viaggio tra le livree proibite con una macchina che, più che correre in Formula 1, sembrava essere atterrata per errore da un futuro molto più intelligente del nostro.

Williams FW14B Camel.

1992. Nigel Mansell. Sospensioni attive. Controllo di trazione. Cambio semiautomatico. Aerodinamica raffinata. Una quantità di tecnologia tale che gli altri team, più che avversari, sembravano comparse in un documentario sul progresso.

La FW14B vinse il mondiale piloti con Mansell e quello costruttori con Williams. Ma soprattutto diede l’impressione di appartenere a una categoria diversa. Come vedere un caccia moderno parcheggiato accanto a dei trattori ben intenzionati.

La livrea Camel era il tocco finale: giallo, blu, bianco. Meno elegante della JPS, meno violenta della Marlboro, ma tremendamente riconoscibile. Una sigaretta trasformata in software, idraulica e superiorità tecnica.

Nel nostro catalogo dei vizi da corsa, la FW14B è il tabacco ingegnerizzato.

Non quello romantico da bar.
Quello da laboratorio.

Una macchina così avanti che quasi dispiaceva per gli altri.

Quasi.

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Nel nostro viaggio tra livree proibite e sponsor che oggi farebbero tremare qualunque reparto compliance, la Porsche 962...
16/06/2026

Nel nostro viaggio tra livree proibite e sponsor che oggi farebbero tremare qualunque reparto compliance, la Porsche 962 Rothmans è un capitolo obbligatorio.

Perché se la 917 era la furia romantica, la 962 era la macchina da guerra amministrativa. Una Porsche progettata per fare endurance con la freddezza di chi compila una fattura: giro dopo giro, notte dopo notte, avversario dopo avversario.

La famiglia 956/962 ha dominato l’epoca Gruppo C e IMSA con una naturalezza quasi offensiva. Aerodinamica, efficienza, affidabilità, turbo. Tutto al posto giusto. Tutto pensato per trasformare Le Mans in un problema da risolvere, non in un’avventura da raccontare.

E poi Rothmans.

Blu, bianco, oro, rosso. Una livrea aristocratica e tossica, bellissima e impresentabile, come un club inglese pieno di moquette, bicchieri pesanti e decisioni moralmente discutibili.

In questa serie sulle grafiche di si*****te e alcolici, la 962 Rothmans è il tabacco in versione endurance: non impulsivo, non caotico, non urlato.

Persistente.

Come l’odore di fumo su una giacca buona.

Solo che qui la giacca buona passava il Mulsanne a velocità da denuncia internazionale.

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Continua il nostro giro nel museo emotivamente discutibile delle livree da si*****te e alcolici. E qui si entra in una s...
15/06/2026

Continua il nostro giro nel museo emotivamente discutibile delle livree da si*****te e alcolici. E qui si entra in una stanza sacra: Porsche 917 Martini.

La 917 è una di quelle auto che non andrebbero nemmeno raccontate troppo. Andrebbero lasciate accese in lontananza, così da far capire alla gente cosa succede quando l’ingegneria tedesca smette di essere razionale e comincia a essere mitologica.

Motore dodici cilindri boxer, Le Mans, velocità da epoca pre-cintura psicologica. Nel 1971, la 917K Martini vinse la 24 Ore di Le Mans con Helmut Marko e Gijs van Lennep, stabilendo anche un record di distanza che rimase in piedi per decenni.

Poi c’era quella livrea.

Bianca, argento, blu, rossa. Martini, ma senza l’allegria da terrazza milanese. Qui l’aperitivo era servito a 350 all’ora, con i freni incandescenti e la notte francese che provava inutilmente a inghiottirla.

In questa rubrica sui vizi da corsa, la 917 Martini è l’alcol nella sua forma più elegante e irresponsabile.

Non un drink.

Un long drink con dodici cilindri, coda corta e possibilità concrete di diventare leggenda prima dell’alba.

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Ci siamo presi qualche giorno prima di parlare della nuova M3 elettrica.Un po’ perché, quando si mette la corrente dentr...
15/06/2026

Ci siamo presi qualche giorno prima di parlare della nuova M3 elettrica.

Un po’ perché, quando si mette la corrente dentro una lettera sacra come la M, è meglio respirare profondamente prima di iniziare a insultare mobili e parenti.

Un po’ perché, dobbiamo ammetterlo, esteticamente sta cominciando a convincerci.

La BMW M Neue Klasse resta massiccia, estrema e certamente poco timida. Ma più la guardiamo, più sembra finalmente una BMW moderna e non un elettrodomestico progettato da qualcuno che considera il carattere un difetto di produzione.

Quattro motori elettrici, uno per ruota, una gestione elettronica capace di distribuire la coppia con precisione quasi chirurgica e prestazioni che, con ogni probabilità, saranno semplicemente indecenti.

Non è però questo il motivo per cui siamo disposti a concederle il beneficio del dubbio.

La vera notizia è che BMW non ha deciso di sostituire la M3 termica. Le affiancherà una nuova generazione con il sei cilindri a benzina, lasciando che siano i clienti a scegliere.

Niente SUV da due tonnellate travestiti da salvatori del pianeta. Niente plug-in che tentano di essere contemporaneamente elettriche, termiche e portaerei. Niente compromessi costruiti sommando batterie, motori e sensi di colpa.

Una M3 elettrica per chi vuole esplorare il futuro. Una M3 a benzina per chi ritiene ancora importante sentire un motore lavorare.

Non sappiamo ancora se ameremo la prima.

Ma almeno BMW ha avuto l’intelligenza di non uccidere la seconda.

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Le Mans non si guarda. Le Mans si attraversa.Si parte nel pomeriggio, si cena con le Hypercar ancora attaccate tra loro,...
14/06/2026

Le Mans non si guarda. Le Mans si attraversa.

Si parte nel pomeriggio, si cena con le Hypercar ancora attaccate tra loro, si dorme male ascoltando motori in lontananza e ci si sveglia scoprendo che la gara, invece di essersi sistemata, è diventata ancora più complicata.

La 24 Ore del 2026 l’ha vinta la Toyota #7 di Conway, Kobayashi e De Vries. Non la macchina più appariscente, né quella che ha avuto bisogno di urlare più forte: semplicemente quella che ha sbagliato meno mentre intorno tutti iniziavano a mostrare stanchezza, nervosismo e fragilità.

Toyota torna così sul gradino più alto dopo il 2022 e conquista la sesta vittoria assoluta a Le Mans. Dietro, una BMW finalmente capace di trasformare la velocità in un risultato enorme e l’altra Toyota a completare un podio che racconta quanto questa edizione sia stata combattuta.

Ferrari, dopo tre vittorie consecutive, deve accontentarsi del quinto posto con la #51 di Giovinazzi, Pier Guidi e Calado. Non è il risultato sperato, ma resta la conferma di quanto l’Italia sia ormai stabilmente dentro la battaglia più importante dell’endurance mondiale.

Le Mans, però, non assegna semplicemente punti o trofei.

Prende uomini, macchine, strategie e ambizioni, li scuote per ventiquattro ore e poi decide chi può ancora stare in piedi.

Quest’anno è rimasta in piedi Toyota.

E in un motorsport sempre più costruito per clip da trenta secondi, è confortante sapere che esista ancora una gara che pretende un giorno intero per raccontare chi sei davvero.

Non sono ferrarista. Non sono nemmeno un tifoso di Hamilton.Eppure oggi, vedendo quella macchina rossa tagliare per prim...
14/06/2026

Non sono ferrarista. Non sono nemmeno un tifoso di Hamilton.

Eppure oggi, vedendo quella macchina rossa tagliare per prima il traguardo di Barcellona, ho sorriso come un cretino.

Lewis Hamilton ha conquistato la sua prima vittoria con la Ferrari, la numero 106 della carriera. E lo ha fatto interrompendo la striscia di cinque successi consecutivi di Kimi Antonelli, costretto al ritiro a pochi giri dalla fine.

Quindi sì: per vedere finalmente una Ferrari davanti a tutti abbiamo dovuto sacrificare la marcia trionfale del ragazzo italiano che stava trasformando il Mondiale nel proprio parco giochi.

Una situazione che, sulla carta, dovrebbe creare un discreto conflitto interiore.

In realtà siamo felici comunque.

Perché da una parte c’è Antonelli, italiano, giovanissimo, già leader del Mondiale e reduce da cinque vittorie consecutive. Dall’altra c’è una Ferrari che torna sul gradino più alto dopo un’attesa diventata ormai imbarazzante. Il motorsport italiano perde una vittoria e, contemporaneamente, ne ritrova un’altra.

Non diventerò improvvisamente fan di Hamilton. Non comprerò il cappellino rosso e non inizierò a chiamare Maranello “la nostra religione”, perché per quel genere di conversioni ci sono già abbastanza gruppi WhatsApp.

Sono semplicemente felice che, qualunque sia il lato del box o il colore della macchina, l’Italia sia ancora lì davanti.

Antonelli tornerà a vincere. La Ferrari, si spera, ha finalmente ricordato come si fa.

Oggi ha vinto Hamilton. Ma soprattutto, ancora una volta, ha vinto il motorsport italiano.

Ed è esattamente dove merita di stare.

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Nel nostro viaggio tra le livree proibite del motorsport, non poteva mancare il momento in cui una compatta francese dec...
12/06/2026

Nel nostro viaggio tra le livree proibite del motorsport, non poteva mancare il momento in cui una compatta francese decise di diventare un’arma da deserto sponsorizzata da si*****te.

La Peugeot 205 T16 Camel è esattamente questo: una piccola scatola gialla con l’aria di chi ha sbagliato strada per andare al supermercato ed è finita alla Dakar.

La 205 T16 nasce nel Gruppo B, quindi già di suo appartiene a quella categoria di oggetti che sembrano progettati durante una riunione senza adulti nella stanza. Motore centrale, trazione integrale, turbo, proporzioni corte e cattive. Poi Peugeot la portò nel rally raid, perché evidentemente vincere su sterrato non bastava: bisognava anche farlo in mezzo alla sabbia, al caldo e alla follia geografica.

La livrea Camel era perfetta. Gialla, sporca, brutale. Non decorava la macchina: la trasformava in un miraggio meccanico.

In questa serie dedicata a si*****te, alcolici e grafiche oggi improponibili, la 205 T16 Camel rappresenta il vizio più polveroso di tutti.

Non quello da salotto.
Non quello da paddock.
Quello da tenda, benzina, sabbia nei denti e turbina che fischia in mezzo al nulla.

Il deserto fumava.

E parlava francese.

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Indirizzo

Via Abetone Inferiore
Maranello

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