Track & Spritz

Track & Spritz T&P nasce nel 2013 come compagnia di ragazzi appassionati di trackday.

Negli anni abbiamo ampliato le nostre passioni ricadendo nell’alcolismo e scoprendo la verità più importante di tutte: "la f1ga non esiste".

Ci sono giorni in cui essere italiani significa lamentarsi del traffico, del bollo, dell’INPS e del fatto che al bar il ...
31/05/2026

Ci sono giorni in cui essere italiani significa lamentarsi del traffico, del bollo, dell’INPS e del fatto che al bar il cornetto alla crema costi ormai come una frizione Sachs.

Poi ci sono giorni come questo.

Mugello. Colline toscane, bandiere ovunque, gente che urla come se stesse assistendo alla resurrezione del carburatore. E davanti a tutti Marco Bezzecchi. Italiano. Su Aprilia. Italiana. Che vince in casa, nel posto dove anche l’asfalto sembra avere il passaporto tricolore.

Già così sarebbe abbastanza per stappare qualcosa di serio. Ma no, perché il motorsport, quando vuole, sa ancora scrivere sceneggiature che Netflix può solo guardare in silenzio.

A sbandierare c’è Kimi Antonelli, cioè il futuro italiano della Formula 1 che saluta il presente italiano della MotoGP. Una specie di passaggio di testimone patriottico, ma con più cavalli, più rumore e decisamente meno retorica da cerimonia comunale.

E poi il casco. Quello dedicato ad Alex Zanardi. Non una grafica furba, non marketing emotivo da quattro adesivi messi lì per far piangere LinkedIn. Un omaggio vero, pesante, a uno di quelli che ha spiegato al mondo che gli italiani, quando cadono, a volte non si rialzano: ripartono più forte.

Bezzecchi, Aprilia, Mugello, Kimi, Zanardi.

Cinque parole che oggi bastano per ricordarci una cosa semplice: possiamo essere un Paese complicato, litigioso, tragicomico e amministrativamente ingestibile.

Ma quando mettiamo insieme talento, cuore e motori, il resto del mondo può solo togliersi il cappello.

O almeno il casco.

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La nostra idea di Ferrari Luce è leggermente differente. 🖊️/📸:  + ChatGPT + Canva
26/05/2026

La nostra idea di Ferrari Luce è leggermente differente.

🖊️/📸: + ChatGPT + Canva

Ferrari  .Già il nome sembra uscito da una riunione marketing fatta in una spa di Cupertino, tra una tisana detox e il r...
26/05/2026

Ferrari .

Già il nome sembra uscito da una riunione marketing fatta in una spa di Cupertino, tra una tisana detox e il render di un tostapane da 550.000 euro.

È la prima Ferrari elettrica. Quattro motori, oltre 1.000 CV, 0-100 in circa 2,5 secondi, 122 kWh di batteria e più di 500 km dichiarati di autonomia. Numeri enormi, certo. Ma anche i frigo industriali hanno numeri enormi, e nessuno li chiama eredi della F40.

Il problema non è che vada forte. Oggi va forte anche un elettrodomestico con le gomme giuste. Il problema è che Ferrari, quella dei V12 che ti aprivano lo sterno come una messa nera a 9.000 giri, ora ci presenta una berlina elettrica a cinque posti con vibrazioni simulate per ricordarti che una volta, lì davanti, c’era qualcosa di vivo.

È come mettere il profumo di legna bruciata su un camino digitale (ed ho inserito una metafora quantomeno educata, ne avevo in mente un'altra).

Poi arriva il prezzo: 550.000 euro. Mezzo milione per una Ferrari che non urla, non puzza, non vibra davvero, non ti minaccia fisicamente. Ti accompagna. Ti coccola. Ti aggiorna, probabilmente.

La chiamano Luce. Ed è un nome perfetto, perché segna il momento esatto in cui qualcuno a Maranello ha spento il buio sacro della combustione per accendere una lampada da showroom.

Sarà velocissima. Sarà tecnologica. Sarà raffinata.

Ma se questa è la del futuro, allora il futuro ha il rumore triste di una notifica push.

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25/05/2026

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La Porsche Taycan Turbo GT   non aveva già molto senso di suo. Una berlina elettrica da oltre due tonnellate, quasi 1.00...
25/05/2026

La Porsche Taycan Turbo GT non aveva già molto senso di suo. Una berlina elettrica da oltre due tonnellate, quasi 1.000 cv e il carisma sonoro di un elettrodomestico Dyson sotto steroidi.

Poi Porsche ha pensato: “sapete cosa manca? Un kit Manthey da 95.000€ IVA inclusa”.

Novantacinquemila euro.
Per dei pezzi in carbonio, un alettone gigantesco e la possibilità di dire agli amici di aver comprato una Taycan “da pista”. Come se esistesse un universo in cui qualcuno abbia davvero sognato una GT3 RS.

Eppure i numeri sono deliranti: 993 cv in Attack Mode, 1.270 Nm, 310 km/h e 6:55 al . Tempi da hypercar vera, fatti però da una cassaforte elettrica che pesa come un bilocale in provincia.

Manthey ovviamente ha fatto Manthey: 740 kg di deportanza, louvres, diffusori, aerodischi, sottoscocca rivisto e persino bulloni ruota in titanio DLC. Risparmio totale dei bulloni? 800 grammi.

OTT-CEN-TO grammi.

Avete speso il prezzo di una hot hatch usata per togliere dalla Taycan il peso di una mozzarella.

Ed è qui che la situazione diventa meravigliosamente patologica: l’elettrico doveva essere la fine degli eccessi, la mobilità intelligente, il futuro razionale. Invece Porsche ha creato una berlina elettrica con aerodinamica da GT3 Cup, gomme Trofeo RS e un optional che costa più di una Toyota Supra nuova.

La verità è che questa macchina non ha alcun senso.
E il kit riesce nell’impresa incredibile di renderla ancora più insensata.

Che, paradossalmente, è la cosa più Porsche di tutte.

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C’erano una volta i pick-up americani. Quelli veri. Lunghi come una pista d’atterraggio, morbidi come divani di pelle te...
22/05/2026

C’erano una volta i pick-up americani. Quelli veri. Lunghi come una pista d’atterraggio, morbidi come divani di pelle texana e veloci quanto un frigorifero carico di birra. Poi qualcuno, probabilmente dopo una notte passata a sniffare benzina VP Racing dentro un Walmart del Texas, ha avuto un’idea completamente malata: “E se ci infilassimo dentro un Hellcat?”

Ed eccoci qui. La nuova Ram 1500 Rumble Bee SRT è il genere di veicolo che dovrebbe esistere solo nei rendering fatti da adolescenti americani con Monster Energy e problemi di gestione della rabbia. Invece Ram l’ha costruito davvero.

Ed è impossibile non ridere pensando a quanto sia violenta la risposta dopo il mezzo naufragio del progetto elettrico RAM REV. Così Ram ha fatto l’unica cosa sensata possibile: buttare tutto nel fuoco e tornare al V8 sovralimentato.

Sotto il cofano c’è il 6.2 V8 HEMI Hellcat: 777 cavalli, 922 Nm di coppia e la grazia meccanica di un pugno tirato da Mike Tyson con guanti ricoperti di nitroglicerina. Lo 0-96 km/h viene demolito in 3,4 secondi, il quarto di miglio passa in 11,6 secondi a 186 km/h, mentre la velocità massima punta ai 273 km/h. Un pick-up. Due tonnellate e mezzo di America che possono umiliare molte supercar europee mentre trainano un rimorchio.

E la cosa più assurda? Non sarà una follia isolata come la vecchia Dodge Ram SRT-10 col V10 Viper. Ram vuole creare un’intera famiglia di muscle truck: dalla Rumble Bee base con il 5.7 HEMI “Eagle” da 395 cv, fino alla 392 Track Pack da 470 cv con differenziale E-Spool pensato per burnout e drag race.

E sinceramente? Meno male.

Mentre mezzo settore automotive continua a venderci crossover elettrici senz’anima progettati da persone che probabilmente odiano guidare, qualcuno in Stellantis ha avuto il coraggio di fare la cosa più stupida possibile. E spesso, nel mondo delle auto, le idee più stupide sono anche quelle più memorabili.

E forse è proprio questo il punto. Non salvare il pianeta. Non ottimizzare consumi. Non insegnarti qualcosa.

Solo ricordarti che le auto, ogni tanto, dovrebbero ancora far ridere come degli idioti chi le guida.

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Ci sono restomod. Poi ci sono bestemmie meccaniche talmente ambiziose da sembrare partorite dopo tre giorni senza sonno,...
19/05/2026

Ci sono restomod. Poi ci sono bestemmie meccaniche talmente ambiziose da sembrare partorite dopo tre giorni senza sonno, benzina e superbia ingegneristica.

La Kimera K39 appartiene alla seconda categoria.

Dopo aver preso la Lancia 037 e averla trasformata nella Evo37 — già di per sé un atto di guerra contro la modernità anestetizzata — Kimera ha deciso che evidentemente non bastava. Quindi ecco la K39: una reinterpretazione brutale dell’icona torinese, contaminata da una delle menti più ferocemente visionarie dell’automobile moderna: Koenigsegg.

Sotto la carrozzeria si parla infatti di un V8 biturbo da oltre 1.000 CV, con architettura derivata dalla filosofia estrema svedese, trasformando quello che poteva essere “solo” un tributo in qualcosa di molto più pericoloso. Non nostalgia. Mutazione genetica.

Mille cavalli. In un corpo ispirato a una leggenda del rally. Numeri che spostano la K39 fuori dal territorio dei restomod e la infilano direttamente tra hypercar e follia.

Il tutto accompagnato da un telaio evoluto, costruzione alleggerita, uso massiccio di materiali avanzati e un rapporto peso/potenza che promette violenza pura. Se la Evo37 celebrava il dialogo uomo-macchina, questa sembra volerlo trasformare in un combattimento corpo a corpo.

Il punto, però, non è soltanto la scheda tecnica. È il concetto.

Prendere il DNA di una vettura nata per sopravvivere al Gruppo B — leggerezza, turbo, riflessi, coraggio — e contaminarlo con l’ingegneria ossessiva di Christian von Koenigsegg significa rifiutare ogni forma di nostalgia sterile. Significa chiedersi cosa sarebbe successo se certe auto non fossero mai morte, ma avessero continuato a evolversi fino a diventare armi.

In un mercato pieno di crossover senz’anima e operazioni heritage costruite più per LinkedIn che per la strada, Kimera sembra voler fare l’unica cosa che conta davvero: creare qualcosa di magnificamente irresponsabile.

Se manterrà la promessa, la K39 non sarà solo una Kimera.

Sarà il momento in cui il passato smette di essere memoria… e torna a essere minaccia.

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Certe auto nascono per portare i figli a scuola. Altre, apparentemente uguali, nascono per umiliare l’idea stessa di uti...
18/05/2026

Certe auto nascono per portare i figli a scuola. Altre, apparentemente uguali, nascono per umiliare l’idea stessa di utilità sotto un diluvio di benzina, inferno e cordoli assassini.

Questo weekend al Nürburgring, la BMW M3 Touring GT3 ha fatto esattamente questo: ha preso il concetto di station wagon — quel monumento europeo a passeggini, cani e mobili IKEA — e lo ha trascinato per 24 ore nell’inferno verde, uscendo vincitrice di categoria alla 24h più brutale del pianeta.

Sì, una Touring. Una familiare. E no, non è una barzelletta.

Nata inizialmente quasi come provocazione, come esercizio di follia tecnica e marketing con abbastanza coraggio da sembrare uno scherzo interno degenerato nel modo migliore possibile, questa M3 ha dimostrato ancora una volta perché BMW, quando decide di smettere di fare soltanto leasing executive e suv da concessionario, resta una delle ultime case capaci di produrre deliri meravigliosamente seri.

Sotto quella silhouette da padre di famiglia pentito vive il cuore della M3 GT3: aerodinamica estrema, assetto da guerra, carreggiate allargate e una trasformazione tale da rendere il concetto stesso di “bagagliaio” quasi offensivo. Sul Ring — 25,378 km di buio, pioggia, traffico e follia meccanica — non contava l’ironia del progetto, ma la sostanza.

E la sostanza è arrivata: vittoria di classe.

In un’epoca in cui troppe auto cercano disperatamente di sembrare intelligenti, efficienti o “rilevanti”, questa cosa qui è l’opposto: inutile nel senso più nobile del termine. Esiste perché può esistere. Perché qualcuno in BMW ha guardato una wagon e ha pensato: “Facciamola correre per un giorno intero all’inferno.”

Il risultato è magnificamente assurdo: una long-roof che invece di andare al supermercato conquista il Nürburgring.

Altro che mobilità sostenibile. Questa è sostenibilità emotiva per chi crede ancora che l’auto debba farti ba***re il cuore, non soltanto risparmiare sul bollo.

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Allora, partiamo subito col dire una cosa: se anche voi quando sentite “nuova Lamborghini in edizione limitata” siete co...
10/05/2026

Allora, partiamo subito col dire una cosa: se anche voi quando sentite “nuova Lamborghini in edizione limitata” siete combattuti tra l’eccitazione di un bambino e la rassegnazione di uno che sa già di non potersela permettere… tranquilli, siamo nella stessa merdosa barca.

Perché la Fenomeno Roadster, nome che già sembra uscito da un wrestling match del 2007, è esattamente quel genere di auto che noi comuni mortali possiamo solo guardare in foto mentre controlliamo se sull’app della banca ci sono abbastanza soldi per uno spritz e due patatine.

Da Sant’Agata, però, quando decidono di fare gli asinelli, li fanno bene: V12 6.5 litri aspirato (e già qui potremmo anche chiudere il post), oltre 800 cavalli, trazione integrale, peso alleggerito grazie a una dieta feroce di carbonio ovunque e un’estetica che sembra disegnata da uno con seri problemi di moderazione (quindi perfetta).

Parliamo di una scoperta che, realisticamente, useresti due volte l’anno: una per far capire al vicinato che problemi hai, l’altra per ustionarti vivo nel traffico. Ma il punto non è il senso pratico, e su questo Lamborghini è sempre stata abbastanza chiara.

0-100? Attorno ai 2,7 secondi.
Velocità massima? Oltre i 350 km/h.
Utilità reale? Inferiore a quella di un Panda Van.
La voglio? Ma che c***o di domanda è?

E poi diciamocelo, in un mondo di SUV ibridi, filtri antiparticolato e auto che sembrano elettrodomestici con le ruote, vedere ancora un dodici cilindri urlante senza tetto è quasi terapeutico (per quanto la mia dignità economica ne esca distrutta).

Certo, probabilmente finirà in qualche collezione climatizzata di Dubai, senza mai vedere una curva fatta come si deve, ed è forse questo il vero crimine.

Noi intanto restiamo qui.
Poveri, sì.
Ma con buongusto.

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Maranello

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